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danielabartalucci
Quella che potrebbe essere una grande possibilità.........


Diario


31 luglio 2009

CIGOLI

 

Una giornata calda d’estate una bambina giocava sulle sponde dell’Egola, cercando un po’ di frescura e rincorrendo sogni e fantasticherie, un piedino le scivolò e la bambina cadde nell’acqua e annegò. Grande fu la disperazione della mamma, accorsa subito e alte si levarono le grida, la povera donna aveva già perso due figli, a stento la trattennero dall’annegarsi lei stessa. Tra l’angoscia e la concitazione dei presenti non fu facile capire come accadesse che una donna, tra gli accorsi, riuscisse ad avvicinare il corpicino, a tirarlo in salvo e ad adagiarlo quieto sulla riva. Appena fu stesa sull’erba la bambina aprì gli occhi e gettò le piccole braccia al collo della mamma. Sollevando gli occhi pieni di lacrime la mamma guardò la sua salvatrice: “Chi sei signora? Dove ti posso incontrare?” “Non è difficile, sono Maria di Cigoli, abito tra Rocco e Michele”.

Nessuna donna a Cigoli però assomigliava alla donna del fiume, la madre allora si recò dal Preposto a raccontare l’accaduto e a chiedere se magari lui avesse notizie della sconosciuta Maria. Senza parole, commosso e colpito, il parroco la condusse in Chiesa dove, nell’immagine della Madonna, posta tra i santi Rocco e Michele, le fu facile riconoscere colei alla quale doveva più della sua stessa vita.

Questa è una delle versioni del miracolo di Cigoli, che nella tradizione ha valso all’immagine conservata nella Pieve la devozione popolare e l’appellativo di Madonna dei Bimbi e che ancora oggi Cigoli per questo è al centro di festeggiamenti e processioni nelle domeniche di metà luglio.

Alla Madonna di Cigoli deve sicuramente il nome mia nonna, Maria Assunta, chiamata poi, nonostante l’altezza, per tutti i suoi lunghi anni non ancora finiti, Marina. A Cigoli lei, le sue sorelle e l’unico fratello in vita, frequentarono la scuola elementare, percorrendo un lungo tratto della strada che dalla casa al Molino d’Egola si arrampicava verso il paese.

Le abbiamo un po’ misurate quelle distanze che adesso costano pochi minuti di automobile e allora, con le gambette intirizzite di quei bambini, dovevano essere faticose e lunghe. Abbiamo guardato la bella casa colonica adesso in ristrutturazione dove nacquero mia nonna, le sue sorelle e i suoi fratelli, da dove più tardi la famiglia, di mezzadri, partì per diventare proprietaria di un terreno a San Pierino. Cugine e bis cugine si sono messe alla ricerca di un pezzettino di storia famigliare e ci hanno convocato in una calda sera a mangiare pizza a pezzi sulla terrazza del bar appena sotto la pieve di Cigoli. Posto ventilato anche nell’afosa serata di fine luglio, con il vento che dalla costa sale su per la val d’Egola e risale alle colline di Cigoli, di San Minato a muovere le fronde degli alti platani.

Siamo andate alla casa, ognuna di noi aveva portato un ricordo e una piccola testimonianza. Ecco emergere la figura di Antonio raffigurato in una minuscola foto “l’ho rubata dal cassettone di nonna!” fa mia cugina orgogliosa di offrire a tutti noi l’immagine reale dell’avo comune. Ci legge anche un bigliettino, che mi zio le ha dettato a memoria, imparato nei mille racconti di bambino ”straziato nelle carni accanto alla casa che tanto amava, morto a guerra ormai finita ma vittima di essa”.

Il bis nonno Antonio morì infatti nel 1944, una mina scoppiò sotto il carro che riportava a casa le masserizie della famiglia sfollata. Una bis cugina ci tramanda l’immagine, arrivata dalle memorie della sua nonna, della bis nonna Anna che dall’aia, accanto alle figlie inchiodate dalla paura, sente lo scoppio, intuisce il disastro e vede però in piedi, accanto al carro, con la camicia azzurra, la figura polverosa e atterrita del figlio: “Pietro è salvo!”

Donna forte, intimamente permeata dalla cultura contadina e dalla devozione per i figli, madre a cui era morto il primogenito Mario ancora piccolino, prima ancora di piangere la morte del marito, trova consolazione e motivo di vita, nel fatto che Pietro, l’unico maschio di quella famiglia di femmine, è salvo.

Nonno Antonio, uomo alto e bello, intelligente e volitivo, fu il tributo di sangue e di dolore che la famiglia pagò alla guerra, tanto più doloroso e quasi beffardo perché arrivato nel momento in cui la vita piano piano riprendeva e si ricominciava a sentirsi sicuri.

Di quella morte mio babbo ricorda la disperazione di mia nonna, che pianse il padre tanto amato a lungo negli anni, conservandone una memoria intatta, che dura anche adesso, nella sua lunghissima vita e ricorda l’affanno e l’impotenza dei parenti più lontani come loro, che a causa delle convulsioni di quei giorni (il territorio era minato, i ponti erano distrutti e terribili erano i segni del passaggio della guerra) non riuscirono neppure ad andare al funerale.

E il suo ricordo personale è ancora oggi di rimpianto affettuoso per quel bel settantenne dai modi garbati, che posava gli occhi attenti di nonno su di quel primo nipote, figlio della sua prima figlia. Simpatia che mio padre ragazzino intuiva e della quale andava fiero.

Su nella Pieve, accanto all'anziono parroco di oggi,  abbiamo scorso il registri delle nascite, abbiamo scoperto fratelli e sorelle dei bis nonni, c’è una trisavola, Assunta, di incredibile prolificità, abbiamo visto le mille diramazioni di una famiglia, abbiamo avuto la prova inconfutabile che un fratellino, il piccolo Mario, nacque e morì prima della nascita di mia nonna, la primogenita che adesso, a quasi cento anni, unica sopravvissuta, è ancora memoria vivente di fatti ormai per noi lontanissimi.

Pensavo tornando a casa, dopo gli abbracci e i saluti e le promesse di rincontrarsi, all’importanza della memoria e delle narrazioni, all’importanza di non perdere il mondo da cui veniamo. La vita, per costruirsi a bisogno di tempo, di radici, di racconti, di luoghi e di spazi simbolici. Pensavo che forse, in tanti malanni dell’oggi, ci sia davvero la perdita della genealogia, del ricordo della fatica e dell’impegno che chi è venuto prima ha messo per dare a noi il presente di adesso.

Pensavo anche che questo nostro presente è un dono che non va consumato nell’oggi, ma deve essere amministrato con sapienza e lungimiranza, come fecero loro, per chi verrà dopo di noi. E che noi forse troppo spesso ce lo dimentichiamo.

A presto!




permalink | inviato da danielabartalucci il 31/7/2009 alle 15:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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